|
|
Press
Altri Suoni
Marco Detto: BlueStones Music Center (Italia) - 2005
di Claudia Canella
"BlueStones",
ovvero un incontro di fantasia musicale e improvvisazione creativa che
si intrecciano simultaneamente. Ogni strumento, ogni brano, ogni
momento compositivo rappresenta una "stone" preziosa, arricchita dalla
bravura di Marco Detto, nonché dalla complicità di ottimi musicisti che
lo accompagnano nel music plan di un disco sorprendentemente vitale,
originale e jazzisticamente italiano. In apparenza così lontani da ogni
schema strutturale, i nove brani sono curati nella loro esecuzione e
lasciano spazio all’arte della fantasia e della personalità di ogni
musicista. Ciascuno contribuisce al tessuto musicale, creando un
dialogo, che fonde stili interpretativi diversi, profondamente legati
alla memoria del proprio vissuto e alla propria origine territoriale.
In questo contesto, Marco Detto, potrebbe essere considerato un
mainstream, un pianista d’imprinting classico e compositore tout-court
che ricrea il piacere del dialogo musicale più semplice ed espressivo
per ciascun strumento, con una valenza a volte romantica e una ricerca
incessante di timbri e di suoni. Il rapporto privilegiato che riesce a
ricreare con i musicisti, in modo del tutto naturale, lo porta a far si
che diventino per lui degli straordinari compagni di viaggio. Nuance di
suoni, timbri e atmosfere, riescono come in "Jasì" (con richiami a
ritmi latini) ad usare analiticamente la grammatica di un nuovo tipo di
linguaggio, a volte ironico, che fonde tradizione e cultura nel
firmamento del jazz raffinato. Il brano introduttivo "Lasciarsi
andare", sprigiona energia per mezzo delle entrate precise della tromba
e della batteria, con frasi a volte ruvide ma che vengono attenuate
nelle risoluzioni ad unisono del pianoforte nell’alternarsi reciproco
dei vari strumenti e nella ripresa del tema iniziale. L’universo
incantato dei brani di Marco Detto riecheggia così nel suo estro
musicale in "Festa di Piazza" con un arrangiamento vicino allo spirito
giocoso: i suoi ritornelli irresistibili e i fraseggi morbidi restano
impressi come fossero una beguine di memoria felliniana. Pianoforte,
basso, batteria e clarinetto si alternano scambievolmente danzando tra
di loro e regalandosi frasi di assoluta scioltezza. "In riva al lago",
insolitamente melodica, tra il pop e lo swing, spazia in contesti
stilistici diversi mantenendo una costante linea orecchiabile, grazie
anche alle cellule melodiche che si aprono in espressioni di dolcezza
interpretativa unite ad esplosioni di individualità della tromba. Così
ogni pietra/brano all’interno del disco è architettonicamente sostenuta
dall’altra senza cedimenti e riesce a conciliare riferimenti popolari,
memorie di visioni surreali, in un gioco di capacità espressiva nel
costante equilibrio di suoni e di ritmi come nel brano "La memoria", in
cui le reminiscenze di ognuno di noi riemergono grazie anche giochi di
fraseggi/dialoghi con gli assoli versatili del clarinetto di Guido
Bombardieri. In "Mi piace Totò", la batteria di Mauro Beggio e il
basso di Stefano Profeta manifestano sicurezza e scioltezza
ritmico-dinamica e si mostrano pronti a ogni sviluppo tematico con
intermezzi virtuosistici ben interpretati. Allo stesso tempo, il corpo
ben nutrito di ottimi fiati, a cominciare da Guido Bombardieri al
clarinetto, Alessandro Castelli al trombone, Kyle Gregory alla tromba,
Antonello Monni al sax e non ultima Anna Ulivieri al flauto (unica
donna nella formazione) riescono a ricreare atmosfere giocate su temi
dal respiro scherzoso di festa in cui gli strumenti dialogano
costantemente, galvanizzandosi reciprocamente. "Alma" rappresenta la
passione e la spontaneità dei solisti che si ritrovano in un interplay
fluido e caloroso con fragili fraseggi a volte malinconici, con
l’inciso iniziale ad unisono che regala assoli e riprese continue. "Una
lunga attesa", è un brano dal carattere swing con atmosfere mordenti ma
ricche di feeling, mentre la nostalgica magia musicale nel brano
"Qualcosa accadrà", è ancora sottolineata dalla linea melodica della
tromba che risolve attraverso armonie e ritmi dai respiri più
liberatori, in un clima di memoria ancora felliniana. Un disco pieno
di charme che sicuramente esprime sentimenti e situazioni d’animo,
semplificati dalla spontaneità, in cui affiorano i ricordi di ciascuno
di noi, un’opera che sintetizza atmosfere sofisticate unite a melodie
semplici e raffinate, come "BlueStones".
La Provincia Domenica 20 Agosto 2006
La seconda serata a Berbenno del festival dedicato al grande Thelonious è stata un grande successo, anche di pubblico
"Da lassù anche Monk si è divertito"
Perfetta chimica all’interno del Trio, esaltate le qualità tecniche del pianista - Barbieri vera rivelazione
BERBENNO Serata più calda, e non solo dal punto atmosferico, la seconda del Monk Festival a Berbenno, conclusosi ieri con il trio di Enrico Pieranunzi.
Il pianista Marco Detto venerdì sera ha saputo comunicare con il
pubblico, trasmettendo emozioni forti e tutta l’energia che lo anima,
percosso dal demone della musica che lo fa saltellare sul sedile,
canticchiare mugolando mentre le dita
corrono instancabili e fluide sulla tastiera, accennare perfino qualche
passo di danza. L’approccio alla grammatica del grande Thelonious
è meno intellettualistico, maggiormente estatico rispetto a
Cappelletti, come se Detto, grazie anche alla perfetta intesa con due
giovani promettenti come il contrabbassista Stefano Profeta e il batterista Mattia Barbieri, fosse quasi posseduto dallo spirito del grande maestro neroamericano che campeggia nelle stupende foto in b/n di Pietro Redaelli
appese ai lati della Terrazza Traversi insieme a quelle di altre
giganti del jazz. C’è anche più pubblico stasera, si rasentano i 200 e
la sala è in fervida attesa. Così quando arriva sul palco Detto,
baffuto e sorridente, un po’ impacciato (“Mi onora tornare qui a Berbenno dieci anni dopo, ma non sono molto bravo con le parole”, premette), è subito uno scrosciante applauso. Ma l’impaccio svanisce subito quando il pianista si siede alla tastiera. Il primo brano, una sua composizione tratta dall’ultimo album in sestetto “Blue Stones” è il suggestivo “Alma” dedicato alla mamma “che forse, da lassù, avrà dato una sbirciatina insieme a Monk”. Poi, un altro pezzo suo come “Lasciarsi andare” rivela tutte la capacità tecniche del pianista, con continui cambi di tempo e ritmo, una dedizione assoluta all’armonia e mette in vetrina Profeta e soprattutto un duttile e preciso Barbieri, vera rivelazione della serata. “In The Twilight”, tutta giocata sulle note basse e “Festa di Piazza” vedono
al proscenio anche il contrabbassista con il primo solo ispirato, ma la
chimica tra i tre è quasi perfetta e il trio si mette con grande umiltà
al servizio della musica senza strafare in eccessi solistici. Il
pubblico capisce e applaude, sfiorando l’ovazione quando Detto affronta da solo le celebri “Take the A Train” e “Caravan” di Ellington, fuse insieme in una cascata di note, scomposte e ricomposte con un ritmo irresistibile. Poi è “Round Midnight” di Monk, a scaldare i cuori, con la sua melanconia blues unita ad una melodica versione di “Bemsha Swing”. Il bis, richiesto a gran voce, è la latineggiante “Poinciana”, poi Marco scorge nel pubblico la cantante brasiliana e amica Dilene Ferraz e la invita ad unirsi al trio per una bella versione di “Garota de Ipanema” di Jobim. Degna conclusione con un altro omaggio, stavolta ad un grande della bossanova, per un’altra ottima serata di musica offerta da Mongiardino Arte che ha trovato strada facendo un nuovo spazio per il jazz estivo in questa terrazza coperta al riparo dalle bizze del tempo.
Paolo Redaelli
LIBERTA’ di domenica 18 giugno 2006
Spettacoli ------------------------------------------------------------------------ Serenata jazz con Marco Detto Grande concerto a Monticelli per il quartetto del pianista milanese ------------------------------------------------------------------------ Monticelli
- Un morbido assolo di pianoforte, melodiche note di un lento swing,
vivaci improvvisazioni di contrabbasso e batteria. E’ iniziato così,
l’altra sera allo Chalet di Monticelli, presso la Società Canottieri
Ongina, il concerto del Marco Detto Quartet, secondo appuntamento
dell’edizione 2006 del Monticelli Jazz, rassegna che da diciassette
anni propone ad un affezionato pubblico di appassionati le esibizioni
dei migliori esponenti del panorama jazzistico italiano e
internazionale. Anche questa volta il risultato non ha tradito le
aspettative. Attraverso la presentazione di moltissimi brani (tutti
composti da Marco Detto) tratti da BlueStones, ultimo cd realizzato
nello scorso aprile dal gruppo (assieme a Kyle Gregory alla tromba e
Antonello Monni al sax tenore) per l’etichetta Music Center, il Marco
Detto Quartet non ha solamente proposto un bellissimo concerto di
ottimo jazz. Quella del gruppo è stata una stupefacente esibizione di
virtuosismo. Virtuosismo strumentale, grazie alle straordinarie doti
tecniche dei quattro musicisti dell’ensemble (Marco Detto al
pianoforte, Guido Bombardieri al clarinetto e sax alto, Stefano Profeta
al contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria); virtuosismo
interpretativo, con brillanti improvvisazioni su standard come la
celebre Cavan di Duke Ellington, bellissimi swing dalle linee melodiche
accattivanti come Alma, Mr. Rothko e La memoria, vivacissimi brani come
Lasciarsi andare, In the twilight e Festa di piazza. E virtuosismo
compositivo, espressione delle originali idee musicali del compositore
del gruppo, il simpaticissimo Marco Detto, milanese dalla forte carica
di umanità. Senza nulla togliere alla straordinaria bravura di tutti
i componenti, un cenno a parte meritano Guido Bombardieri e Marco
Detto. Il primo, protagonista al clarinetto e al sax alto di una
superlativa esibizione, ha mostrato una completa padronanza dello
strumento e delle tecniche esecutive (compresa la respirazione
circolare che ha esibito con un lunghissimo, strabiliante assolo),
riuscendo ad ottenere dal clarinetto e dal sax ogni possibile effetto
timbrico, nonché doti interpretative ed un estro improvvisativo davvero
fuori dal comune (memorabili i suoi assoli in Festa di piazza e In the
twilight). Non c’è rischio di esagerare nel definirlo uno dei migliori
clarinettisti jazz della musica italiana. Marco Detto, leader del
gruppo e autore di tutti i brani eseguiti, si è rivelato essere un
eccellente compositore, ideatore di un jazz moderno ma dichiaratamente
ancorato al genere classico, che si muove attorno a temi e melodie
deliziosamente venati di romanticismo, che si ritraggono solo per
lasciare spazio a momenti di totale libertà improvvisatoria, la cui
efficacia è amplificata dalla geniale inventiva dei componenti del
gruppo. Ma anche sfoggiato doti di valido pianista, energico,
passionale e con qualcosa in più: quella grande emozione che solo un
artista che esegue la propria musica riesce a trasmettere. Mauro Bardelli
"Il trio di Marco Detto è una delle cose più
belle che mi sia capitato di sentire ultimamente, c’è un processo
continuo di tensione e di distensione, sia che si tratti
di grandi standard, rivisitati con notevole sapienza armonica e un
piglio moderno che non è facile trovare in molti pianisti del nostro
jazz, sia che si tratti delle splendide composizioni come leader,
velate come sono di una malinconia che non indugia narcisisticamente su
se stesso. l’interplay è prerogativa costante del trio ed aiuta la
musica a respirare in quel leggero movimento ondivago che è prorio del
trio.. La casa del Jazz ...l’impressione che si riporta
ascoltando Marco Detto nelle esibizioni dal vivo è che il suo pianismo
martellante tende a investire gli astanti...incline a imporsi con una
metodica in cui la tecnica sovrasta talvolta l’immaginazione...
...
non c’è solo forza..Detto si rivela un grande melodista, semplice,
sottile, latino, ma fortemente influenzato dal blues e dal gospel
quando meno te lo aspetti. Voto artistico 10.
Carlo Peroni
Mercoledì 27 Marzo 2002 - © CORRIERE DELLA SERA - Cultura
JAZZ Marco Detto Un’anima da suonare
Un
giovane pianista si affaccia al panorama del jazz italiano e lo fa con
un disco inciso a New York con il bassista Eddie Gomez, un grande del
suo strumento, e il batterista Lennie White. Si chiama Marco Detto e
nel suo disco intitolato forse un po troppo romanticamente ´What a
wonderful world(un omaggio alla celebre incisione di Armstrong?) non
cerca strade trasversali, non tenta avanguardie, usa un pianismo
classico sorretto da una bella tecnica e propone standard riletti con
autentica passione e basta ascoltare il suo ´Over the Rainbow´ una
vecchissima canzone di Harburg e Harlen per rendersene conto. Ma cè di
più. Detto si propone anche come autore e suona alcune sue belle pagine
da ´Song for Annalisa´ a ´the Stories of the soul´ (che è anche il
titolo di una sua precedente incisione per piano solo). Come
pianista mostra di avere una sicura vena melodica, un modo corposo e
dotto di armonizzare una capacità di alternare emozioni, a volte
rieccheggiando nella tecnica alcuni grandi del passato. Come
compositore possiede una propensione romantica che tuttavia non
enfatizza e che fa rientrare in un elegante gioco del chiaroscuro.
Infine il fatto che Eddie Gomez lo abbia invitato a suonare anche con
il suo quartetto chiarisce che Oltreoceano si sono accorti di lui.
Forse anche prima di quanto sia accaduto in Patria.
Vittorio Franchini © Corriere della Sera Cultura
IL TIRRENO martedì 19 settembre 2000
Il grande Eddie Gomez duetta con le campane
PORTOFERRAIO.
Con un concerto di musica classica al Vigilanti di Portoferraio e uno
di jazz nella piazza di Capoliveri, domenica sera si è conclusa la
quarta edizione del festival ´Elba isola musicale d’Europa´, presieduto
da George Edelman e con la direzione artistica affidata a Yuri
Bashmet. A Capoliveri il jazz irrompe in piazza Matteotti mentre, tra i tetti, il giorno sfuma in un bel tramonto. Sul
palco nomi di fama internazionale: Eddie Gomez al contrabbasso, Yeremy
Steig al flauto, Lenny Wheite alle percussioni, Marco Detto sostituisce
McCoy Tyner al piano. Il pubblico appassionato, come spesso il jazz
richiama, comincia a riempire la piazza in modo irregolare e informale,
c’è anche Edelman. Le mollette da bucato fermano gli spartiti, che
potrebbero anche non esserci per la bravura dei musicisti. Gomez sfila
ogni tanto un foglietto dalla tasca, ma solo per ricordare la scaletta
dei brani: Footprints, Autumn Leaves, So what, All blues, Wats new... Gomez
dialoga con il pubblico e ripete spesso che Capoliveri è un posto
amabile e il suo pubblico è una ´big audience´ (salvo gli incuranti
transiti adiacenti al palco). Disinvoltura e padronanza lo portano a
non scomporsi neanche dinanzi ad imprevedibili altre ´melodie´, quali
quelle provenienti dai rintocchi delle campane della vicina chiesa. Si
fermano e Gomez è ´Papa Dio di Capoliveri´. Il pubblico applaude,
lo spettacolo continua con un arrangiamento jazz. Un duo simpaticissimo
con tutta la freschezza dell’improvvisazione pi impensabile:
contrabbasso e flauto dietro al suono delle campane. Un vero,
inaspettato, controcanto. Tra il pubblico ci sono anche giovani
musicisti appassionati di jazz venuti apposta da altre parti d’Italia.
Uno di loro commenta che gli artisti sul palco sono i migliori del
mondo. Il pianista, una vera rivelazione! Gomez è un fenomeno. Il
livello è altissimo, ma avrei preferito ascoltare di pi´. Eppure è
stato regalato anche un bis. Alla consueta domanda sulle impressioni,
le risposte sono che ´il suono è suono, emozione interiore e non si puÚ
definire´, che ´i musicisti classici che interpretano il jazz mancano
di irregolarità e scompostezza. » pi di maniera, ma forse si adatta
meglio all’atmosfera del festival´. Chi è il musicista rivelazione
della serata? » il milanese Marco Detto, arrivato sul palco del
festival come sostituto del sostituto del pianista che figura nel
programma, McCoy Tyner. Autodidatta, umile, dolce e carico di umanità,
Detto porta un’esperienza vissuta all’insegna dell’ottimo ´interplayª.
Una perfetta intesa nonostante l’evento inatteso. Gomez gli ha già
proposto un’incisione per marzo. Chissà che il festival elbano
non abbia tenuto a battesimo, come fu per il Pietri, una brillante
carriera di cui abbiamo ´Detto´. Capoliveri saluta il festival col jazz mentre dal Vigilanti l’arrivederci è affidato alle musica di Bach, Mozart e Schubert. Bruna Baldassarre
Novembre 2000 - MUSICA JAZZ
Isola d’Elba 5/17 settembre, Portoferraio, Marciana, Marciana Marina, Capoliveri: ´Elba, isola musicale d’Europa - IV Festival Internazionaleª.
E’
il quarto anno che, ignorato da quasi tutti gli organi d’informazione,
sull’Isola d’Elba si tiene a settembre un prestigioso festival di
musica classica, che, dalla seconda edizione, si è aperto anche al jazz
con la supervisione artistica del contrabbassista Eddie Gomez. Il
festival ha come direttore artistico il russo Yuri Bashmet, che il
Times ha definito ´senza dubbio uno dei massimi musicisti viventiª, e
conta sulla partecipazione di altre figure di rilievo mondiale quali il
violinista Uto Ughi, i pianisti Sergei e George Edelman, il violinista
Victor Tretiakov. I concerti, in parte gratuiti, hanno fatto registrare
una forte partecipazione di pubblico locale e turistico. Gomez aveva
invitato quest’anno Chick Corea, che ha però dovuto rinunciare per
ragioni di salute; non avendo raggiunto un accordo con McCoy Tyner,
designato a sostituirlo, Eddie Gomez ha infine invitato una giovane
promessa del jazz italiano, il pianista Marco Detto. Ma il primo
concerto jazz in programma era quello dedicato a Bill Evans a
Capoliveri, con Gomes, Enrico Pieranunzi al pianoforte, Jeremy Steig al
flauto e Lenny White alla batteria. Pur non avendo mai lavorato prima
con loro, il pianista si è trovato perfettamente a suo agio e ha
suonato splendidamente: il mondo evansiano gli è molto congeniale e ha
trovato modo di eseguire in solitudine anche un proprio brano. Ha
stupito ed entusiasmato Steig, che ha una bellissima sonorità, è lirico
sui tempi lenti, ha una verve e uno swing straordinari sui tempi mossi
e riesce a trarre dallo strumento una gamma di suoni e motivi sempre
nuovi con un linguaggio sorprendentemente attuale. La classe di Gomes è
nota: ha una timbrica eccellente e la stoffa del leader nel condurre i
compagni sugli itinerari musicali che sceglie. Anche White ha dato ampi
saggi della propria bravura, basata sulla semplicità essenziale. Il
concerto è stato replicato un paio di sere dopo (ma con Detto al
pianoforte) nel teatro Vigilanti di Portoferraio, sede della maggior
parte dei concerti di musica classica. E’ stato interessante rilevare
il contributo differente dato dai due pianisti: pi lirico e vicino allo
spirito di Bill Evans, Pieranunzi si è inserito facilmente nei giochi
condotti da Gomez, mentre Detto ha dato al gruppo pi nervosismo e
ritmo, con uno stile pianistico abbastanza personale ma molto prossimo
alle atmosfere create da Red Garland nel quintetto di Miles Davis. Per
un solo brano (che Gomez ha intitolato Improvisation For Napoleone) si
è inserito, al posto di Steig, il clarinetto basso di Michel Portal: è
stata un’improvvisazione godibile, dalla quale s’è perÚ ricavata
l’impressione che Portal volesse evitare il confronto diretto con
Steig. Sempre il quartetto formato da Steig, Gomez, White e Detto
ha offerto un secondo concerto a Capoliveri con un programma
completamente diverso (pi congeniale alla vena pianista lombardo),
basato su standard famosi. Detto ha in programma l’incisione di un CD
con Gomez a New York e i concerti elbani sono stati sicuramente
un’esperienza stimolante. Sempre nel secondo concerto s’è
prepotentemente imposto, ancora una volta, il flauto di Steig, in
particolare evidenza in un Autumn Leaves su tempo mosso. In
infelice concomitanza con il concerto di Pieranunzi si è svolta
l’esibizione di Claudio Fasoli con il violoncellista classico Mario
Brunello, volta a mescolare le note di Johann Sebastian Bach con le
improvvisazioni del sax tenore. Fasoli temeva che l’esito del dialogo
tra i due generi risultasse kitsch, ma i risultati lo hanno fatto
ricredere e ora sta portando in giro per l’Italia questo duetto, con
grandi soddisfazioni. Il folto pubblico che ha raggiunto faticosamente
la Fortezza Pisana di Marciana, dove si sono esibiti i due musicisti,
ha molto gradito il concerto. Delle manifestazioni del festival
faceva parte anche una giornata di crociera musicale in Corsica: a
bordo suonavano il chitarrista Emanuele Segre, il flautista Alfred Rutz
e la cantante Lucia Minetti. Nel tardo pomeriggio a Bastia, nella
chiesa St. Jean-Baptiste, s’è tenuto uno stupendo concerto
dell’orchestra ´I soliti di Moscaª diretta da Yuri Bashmet su musiche
di Bach, Mozart e Giovanni Sollima. Riccardo Schwamenthal “The music of pianist Marco Detto is not looking for side streets, it
doesn’t tempt avantgard, Marco just uses classic way of playing piano,
supported by a nice technique and propose standard rearranged with
authentic passion. As a pianist, Marco Detto prove to have a certain
melodic vein, a certain mode, full-bodied and able to harmonize a
capacity to alternate the emotions that are sometimes re-echoed in
technique of some great personalities of the past. As a composer he has
a romantic propensity, which nevertheless doesn’t emphasize and which
makes you to be included among an elegant play of the bright-dark." (
V. Franchini Corriere della sera ) "It is a jazz introspective, which
refers to the best jazz traditions even if influenced and mediated by a
’melodic vein’, all Italian, which moves among memories, quotations,
plays and those veils of melancholy and sweetness, that seem to wrap up
and reduce everything and, and which always accompany the music of
pianist Marco Detto."
In the Air -
Review by Steven Loewy
Cinematographer and jazz documenter
Ken Burns might be surprised to find an accomplished scene in the heart
of Italy, but Marco Detto is a prime example of the kind of superb
mainstream improvisational skill to be found in the land of Popes and
pizza. The liners speak of a sense of nostalgia running through Detto’s
work. He does tend to look toward the past, his piano comfortable with
Ellington, Cole Porter, Rogers & Hart, as well as his own bop-laced
conceptions. Detto is accomplished, his hands dancing across the
keyboard, confidently and luxuriously. The highlight of the album,
Detto’s almost 15-minute mixed rendition of the Ellington/Strayhorn
classics "Take the ’A’ Train" and "Caravan" explodes with familiar
delights. Max De Aloes lyrical contribution on harmonica on the closing
"Canzone Per Martino" leaves the listener wanting more. While Detto’s
trio is hardly revolutionary, it does effectively dig into the pieces,
without transforming them. This is the sort of fare that works so well
live, in the ambience of the club, when melodic invention and relaxing
swing hold sway.
|